In questi giorni di forzata chiusura a casa, e con i musei, le pinacoteche e i siti chiusi, le tecnologie digitali possono aiutarci  ad avere esperienze estetiche anche non muovendoci dalla nostra scrivania.

Abbiamo chiesto alla Direttrice della Fondazione per la Cultura di Palazzo Ducale di Genova che cosa ne pensi dell’impiego di tecnologie digitali e robotiche nei e per i musei.

di Serena Bertolucci

Ho già sperimentato l’utilizzo dei robot sia come strumento d’ingaggio, come un momento di sosta, o di ripresa, e anche come comunicatore di contenuti. Abbiamo testato robot umanoidi con i ragazzi, con i bambini e devo dire che la sperimentazione ha funzionato molto bene anche con gli adulti. Questi umanoidi, macchine intelligenti con fattezze umane, sono incredibilmente irresistibili.

Sono convinta della possibilità di utilizzo di mezzi traduzione dei significati:  in un tempo in cui la capacità di attenzione verso i contenuti è sempre più limitata abbiamo bisogno di un mezzo ci aiuti a ritrovare la curiosità dell’informazione.

L’introduzione di tecnologie digitali e robotiche nei musei ci permette anche un’ altra applicazione: penso ai piccoli utenti: i bambini si fidano molto di più dei robot che di un adulto, sono attratti dalla forma, e tramite questo medium di comunicazione stabiliscono velocemente un’interazione con l’arte. Inoltre, bambini con qualche difficoltà trovano maggiore facilità a comunicare con un mezzo poco emotivo come il robot. Mi riferisco alla nostra sperimentazione con il robot umanoide Pepper che, oltre che comunicare con messaggi vocali, può presentarli anche scritti, sul monitor che ha sul petto, utilizzando così contemporaneamente molti veicoli di comunicazione.

Altro vantaggio dei mezzi tecnologici, non trascurabile, è che sul medesimo device sono presenti comunicazioni, per esempio, multi age – dedicate a differenti età – e multilingue.

Il robot rimanda all’opera, non trattiene l’interesse, a differenza del telefonino. Lo smart phone assorbe l’attenzione, tanto che ormai non si guarda più l’opera d’arte, è il telefonino che “guarda” per loro. “Fotografo e poi guardo a casa” è quello che sentiamo nelle gallerie. Garantito, non rivedono l’immagine.

Se non guardi, o fotografi con lo smartphone, che sia una tela o un tramonto, non lo vedi attraverso i tuoi occhi ma attraverso un mezzo, e tu non guardi l’oggetto, ma il mezzo, e vuol dire che frapponi qualcosa tra te e l’esperienza estetica. L’esperienza estetica è personale e immediata, un rapporto personale che va da te all’opera. Nel momento in cui frapponi uno strumento già le cose cambiano.

Il robot Pepper invece è stato un mediatore facilitatore, è il robot che ti accompagna a guardare l’opera.

Caccia al tesoro artistico.. con robot

Nel 2019, in occasione della Giornata Internazionale dei Musei, organizzammo a Palazzo Reale di Genova, in collaborazione con Madlab 2.0 e Scuola di Robotica, una “Caccia al tesoro” con robot, sperimentando un nuovo modo di visitare le collezioni. Attraverso semplici domande il robot Pepper guidò i ragazzi in un percorso tra le sale del Palazzo Reale alla ricerca di un tesoro nascosto. Il robot poneva domande ai bambini circa particolari e dettagli delle opere; grazie alle risposte, giuste, i bambini scoprivano il passo successivo per arrivare al “tesoro”.

Era il robot che suggeriva un “nuovo” modo di osservare la tela, la statua: “In quale quadro c’è un gatto? Osserva bene. Prova a cercare” ha chiesto Pepper ai bambini.

Il robot non fotografava, non mostrava l’opera sul monitor, ma faceva sì che i bambini andassero a cercarla, e la guardassero di nuovo, per scoprirla di nuovo, e correre dal robot con la risposta che era una nuova “osservazione, una scoperta”. Pepper suggeriva l’osservazione, senza il mezzo. Se no sarebbe stato un limite d’attenzione, come “non guardare” attraverso telefonino.

 

L’esperienza estetica non basta più?

Il fatto che molte persone cerchino esperienze estetiche al di là dell’osservazione – per esempio le immersioni totali nelle opere mediante proiezioni tridimensionali – indica che cercano non il contatto con l’opera ma una sensazione diversa rispetto al rapporto tra loro e l’opera, diversa rispetto allo stare lì ad osservarla.

Una provocazione che presento spesso ai miei studenti riguarda il fatto che la Gioconda di Leonardo, così come la conosciamo oggi nella sua collocazione al Louvre, è diventata un’icona: alcune opere ormai non le guardiamo neanche più.

Se sostituissi alla Gioconda una copia ben fatta nessuno si accorgerebbe della differenza. Che fine ha fatto l’originale delle opere? (Ad esempio un artista come Banksy il concetto di originale l’ha fatto a brandelli). Alla Gioconda è ormai impossibile avvicinarsi. È dentro un box di cristallo a prova di effrazione, certamente non possiamo osservare il tratto “fisico” di Leonardo, mentre per un’esperienza estetica completa dovremmo poterci avvicinare alla fisicità della tela, del marmo,

La frase drammatica che spesso sentiamo è: “c’è tutto su Internet”. È vero, troviamo “tutto” su Internet, tuttavia, come esperienza per lo più superficiale. Che differenza c’è nel guardare la Gioconda vera e la Gioconda altrettanto perfetta ma non vera, cioè riprodotta tecnicamente?

Se riusciamo a osservare da vicino il David di Michelangelo, possiamo capire moltissimo, basta saper guardare. Non solo comprendiamo che la genialità di Michelangelo riuscì a tirar fuori un capolavoro da un pezzo di marmo sbagliato. Ne leggiamo la narrazione, la storia che l’autore, attraverso l’opera, ci vuole comunicare.

Il rapporto con l’opera estetica è inizialmente estetico ma poi regala molto altro, solo se l’opera riesce a vibrare. È chiaro che se non riusciamo a capirne la manifattura, perdiamo parecchio della sua storia, ma per questo dovremmo poterla osservare bene. Non abbiamo più questo senso dello sguardo rispetto agli antichi. Non è colpa solo del telefonino, le opere vanno protette la grande massa di persone che visita i musei impone di distanziarle dai visitatori, con vari mezzi.

La contemplazione di un originale corrisponde alla creazione di un rapporto intimo con l’opera: perché è per questo che nasce un’opera d’arte, per narrare qualcosa che ci scuota, ci commuova, ed è per questo che l’arte è sempre contemporanea.

In che modo posso usare un robottino per riscoprire la Gioconda? Nel cercare di suscitare, di rinnovare quella curiosità che ormai non si ha quasi più, perché pensiamo di avere già visto tutto.

 

Serena Bertolucci

Laureata con 110 e lode alla Facoltà di Lettere dell’Università di Genova, corso in Lingue, indirizzo storico -artistico, con una tesi in Storia dell’Arte Medievale e Moderna sul tema di Genova vista dai viaggiatori inglesi del XVII e del XVIII secolo (relatore Ezia Gavazza), Serena Bertolucci, dopo il diploma alla Scuola di Specializzazione in Storia dell’Arte, ha lavorato in Soprintendenza a Genova. E’ stata inoltre borsista in Germania e, dal 2004 al 2015, ha lavorato al Museo di Villa Carlotta a Tremezzo, che ha diretto dal 2010. Dal 2015 dirige il Palazzo Reale a Genova. Ha insegnato all’Università Politecnica delle Marche (IDAU), e alla Bocconi di Milano Master SDA Gestione dei Beni Culturali, Ville storiche: arte, scienza e natura. E’ oggi la Direttrice della Fondazione Palazzo Ducale a Genova.

 

L’articolo Serena Bertolucci: Godetevi l’arte da casa proviene da Scuola di Robotica.